Potere Prostituente

Col rogo di Giordano Bruno, la gente ci si è riscaldata.

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Il napoletano medio e la legge dell’accumulo: niente per niente, molto per tutto.

Posted by BubbleGun su settembre 28, 2010

Qualche volta accade che, nel loro giro ad andamento sussultorio, le vicissitudini decidano di fermarsi ad un bivio, e tu lì, in un immobilismo catatonico, ad attendere che ti carichino sul loro treno privato che talvolta è a fermata unica ed irripetibile.
Accade talvolta anche che il capotreno fischi e il treno parta: come nei sogni in cui si cade e non ci si riesce più a rialzare, tu arranchi, strisci, alla fine ce la fai ad aggrapparti, e il treno corre veloce, tu lì che stringi i denti per non mollare la presa, consapevole che anche un solo dito staccato potrebbe costarti caro.

Niente di tutto ciò.

Accade anche talvolta, che il treno giunga a destinazione e che la destinazione sia fisica, reale che più reale non si può.
Accade anche che la realtà ti entri nel naso ed esca da non so dove (o forse non esce), in quanto tutto ha un odore.. o una puzza.

Adoro la maggior parte dei napoletani, ma non riesco a comprendere il napoletano medio. Probabilmente la media è da sempre sinonimo di mediocrità, o probabilmente la media non è altro che un idealtipo weberiano: non esiste, è solo una costruzione mentale o sociale messa lì per comparare gli eventi con essa, e dar giudizio. E qui viene il bello: poniamo Gianturco -giusto un po’ dietro la stazione Garibaldi- poniamo un bar e te che entri per chiedere un caffè, un po’ assonnato, un po’ stanco. Sei solo. Nessuno ti si fila, al massimo qualche sguardo per capire se tifi per il Napoli o meno, o per capire se hai giocato al video-poker privato di colui che alle 8 del mattino è già lì pronto a litigare con una macchina spila-soldi (probabilmente per far sì che nessuno la occupi, dorme lì col sacco a pelo..o.. non dorme). E poi il miracolo… mettiamo caso che entri con una tua amica o conoscente bellissima.. puntualmente quegli stessi sguardi indifferenti si trasformano in inchini! “Prego Dottore! Fat’ nu cafè o dottor!”.. “Buongiorno al nostro dottoore! Prufssò il solito?”.. mentre cerchi di capire se “il solito” è inteso alla consumazione o al gratta e vinci che ti rifilano, e che magari è anche già grattato. Estasi. Ma poi accade che ti si accende la classica lampadina!! Il napoletano medio ha la cultura dell’accumulo. Se tu sei niente, rimarrai niente per tutta la vita. Se tu sei poco, diventi molto. Se tu sei molto, diventi Onnipotente! Grande caratteristica direte voi! Si, certo, ma torniamo all’inizio del racconto..

La cultura dell’accumulo si trasferisce anche sulla monnezza, mica solo sulle persone. E così vedi macchine parcheggiate a bordo strada da cui escono sacchetti dell’immondizia ben imballati, i quali, volando, si posano gentilmente e delicatamente su altri all’urlo di “Chest è pà raccolta differenziat!”.. “Chest è plastica, chest è umido e chest è..” bestemmia. Niente di strano se questo accumulo di “materiale differenziato” che differenziato non è, non sia all’interno di un cassonetto, ma sui bordi delle strade. E poi cartoni. A Napoli esistono tanti di quei cartoni (provate a passare per via Di Tocco) che ci si potrebbero costruire interi grattacieli! Altro che centro direzionale!
Grottesco? Già. Comico? Pure. Ma di chi è la colpa?
Se data la legge dell’accumulo su accumulo, con tanto avrai moltissimo e con niente avrai niente, la colpa non può esser del napoletano medio. Allora ditemelo voi, per una volta, vi ascolto.

Affettuosamente dedicato ai miei amici napoletani..

Enzo Castaldi

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Paura ed attesa: la società del minimo

Posted by BubbleGun su luglio 26, 2010

Osservando la società: questo amalgama di persone individualiste in continuo movimento dettato dalla frenesia del fare, ci si accorge che in realtà questa è un corpo sociale che va al minimo, affetto da stanchezza cronica o da invecchiamento precoce. Le cause di ciò, sono sotto gli occhi di tutti: come è normalità scendere ogni mattina per andare a lavoro – per chi ancora se lo può permettere – , ecco, la paura è diventata a sua volta “normale”. Essa è una delle cause della società al minimo, di società che ha paura, che è spaventata. E la paura, è un meccanismo di difesa che si attiva con la percezione di un rischio. Essa è difensiva in quanto mette in moto un sensore che pone in guardia, che dispone a difendersi; ma se si attiva su un organismo che non può reagire, la paura fa paura. Da qui la tendenza alla costruzione di società immobili e passive da parte dei regimi fondati sulla teologia prima, monarchici poi, totalitari ed autoritari del XX secolo. Vivere costantemente nella paura significa ridurre creatività ed iniziativa: un impiegato impaurito eseguirà perfettamente ciò che gli è stato chiesto, e, se gli venisse in mente di stravolgere con un’idea innovativa il suo quotidiano lavoro, non la applicherà mai in quanto ciò metterebbe in crisi la sua posizione. Da ciò deriva il passivismo e minimalismo nei luoghi di lavoro, non fare nulla che non sia richiesto in quanto potrebbe essere pericoloso alla funzione del lavoro già di per sé in pericolo. Ecco un’altra richiesta di passivismo ed è paradossale come nella società del lavoro flessibile, ciò sia più visibile che nelle grandi società dal lavoro “meccanicizzato”, caratterizzate però da legame sociale e cooperativo tra i lavoratori. Come un corpo sociale che fa cose ordinarie e non si pone nemmeno il problema delle innovazioni e delle trasformazioni, per evitare rischi si preoccupa del peggio, non dello straordinario.
Oltre al tema della paura, ciò che ci riconduce al tema della società del minimo è l’attesa. Un’attesa che inevitabilmente si riconduce al quotidiano: attendere risposte ad un sms, attendere i saldi per comprare a prezzi stracciati ecc. ecc. E’ ancora una volta paradossale notare come nella società dell’attesa, si tenda ad eliminare il futuro. Poiché si vive nell’incertezza del domani, non si riesce ad immaginarsi proiettati oltre il presente, ed allora qual rimedio migliore che eliminare ciò che verrà? In quest’ottica il futuro è presentizzato: è nelle merci, è nel desiderio di ottenere immediatamente ciò che ti piace, è vivere come se il mondo terminasse tra un attimo. Ciò ha terribili ripercussioni sul presente però: non si fanno più progetti, si tagliano i fondi alla ricerca e alla cultura per salvaguardare l’immediato e tutto si riduce ad un film già visto, un’operatività stanca e regolare ma che è in debito d’ossigeno.
In una società al minimo, se qualcosa si muove è per il superfluo o per l’inutile: mentre l’economia mondiale boccheggia, si discute della modifica della Costituzione. E’come se ad un paziente in fin di vita, si chiedesse l’intervento di un dentista per curare il morale cariato. Nella società al minimo anche la morale religiosa è al minimo: forse a questa società serve un Cristo minore, meno rivoluzionario, un Cristo al minimo. Forse anche le società hanno bisogno di governi del minimo ed è per questo che si scelgono i più disastrosi e pessimi uomini-guida. Forse è proprio la condizione dell’uomo che è al minimo. Lo si nota nella reazione alla paura: essa può produrre 2 modi di agire, violenza e fuga. E’evidente come nella società al minimo trionfi la fuga, una fuga che non è motoria ma psicologica. Una fuga che tende ad immobilizzare: si diventa passivi e non si percepiscono più le cose utili, ci si chiude in se stessi e non si ha più la volontà né di lottare, né di ribellarsi contro l’ingiustizia. Allora si finisce con l’accettare ciò che garantisce meno cambiamento, in quanto il cambiamento è paura, e la società del minimo non vuole cambiamento.


Approfondimento ad un articolo di V. Andreolli

Enzo Castaldi

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La “metabolizzazione” della negatività

Posted by BubbleGun su maggio 16, 2010

Negli ultimi anni sempre più di frequente assistiamo a processi di normalizzazione del negativo. Accade con i fenomeni di guerra repressiva mascherata da guerra santa secondo un’antica tradizione “messianica”, ed accade per gli episodi di vita quotidiana che contraddistinguono gli individui e a cui il più delle volte ci si dovrebbe rivoltare. Se l’industria della morte è diventata sempre più fiorente e redditizia, tanto da emettere continue sentenze di morte verso persone non responsabili di alcun illecito sia penale che morale (basti pensare alle migliaia di vittime di guerra “messianica”), l’industria della metabolizzazione e della banalizzazione dei fenomeni negativi viaggia di certo di pari passo. La sensibilità nei confronti sia delle tragedie belliche, che di quelle che contraddistinguono i fatti in cui ci imbattiamo quotidianamente, risulta terribilmente lenita dall’imbarbarimento sempre più costante del sentimento individualistico. Questa naturale propensione si trasforma costantemente in un senso depressivo che ci porta ad ignorare ciò che non riguarda l’incolumità individuale, ciò che non ci è vicino, o sentito totalmente come altro da noi. Si finisce dunque inesorabilmente con l’ignorare o disprezzare l’altro in difficoltà, perché non percepito “vicino”. Se la banalizzazione della guerra è contraddistinta dai fenomeni psicologici di lontananza effettiva, ciò non si può dire dei fenomeni negativi che contraddistinguono la vita di paese. Appare palese il disarmo collettivo nei confronti sia della politica che della vita civile e il conseguente imbarbarimento della società cui le destre berlusconiane e razziste della Lega, hanno condotto. Di fronte a tali processi distruttivi, il popolo metabolizza e non è più capace di dire no. Come fenomeni in cui si è sempre vissuto, il negativo si è metabolizzato diventando parte del popolo succube delle destre autoritarie. Ma se la metabolizzazione di processi negativi rende il corpo più resistente all’esterno, qui lo impigrisce e chiude in se stesso la capacità di rivolta: se un fenomeno politico degradante moralmente riesce a passare come banale, è lì che bisogna preoccuparsi, è lì che bisogna riacquistare la forza di essere contrari e rigenerare i conflitti sociali indispensabili per la rinascita delle società.

Enzo Castaldi

(per chiarimenti o critiche, scrivetemi pure o in privato o in commento)

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Controllori di biglietti o di etnie?

Posted by BubbleGun su maggio 6, 2010

Mentre nel paese infuria la polemica sull’appartamento di Scajola, argomento trattato questa sera (o6 Maggio) da Annozero, ed io aggiungo: argomento di cui probabilmente tra 3 giorni nessuno si ricorderà, presi come siamo dall’irrefrenabile smania di velocità di pensiero che ci spinge a dimenticare così facilmente le cose che ci hanno asserragliato membra e cervello, costantemente, anche di notte e nei sogni. Svegliandoci di soprassalto e semi sudati vi riporto una piccola lettera di tale Marco Tagliabue comparsa ieri su Repubblica.
RIENTRO ieri dalla Svizzera dove lavoro con un treno regionale come tutte le sere. Ad Albate salgono, due mendicanti forse rom con un neonato di pochi mesi. Sta piovendo a dirotto e sono fradici. Il bimbo tossisce. Non fanno in tempo a sedersi che li raggiunge il controllore, una ragazza di nemmeno trent’anni. Controlla solo loro. Contesta alla coppia di non avere il biglietto. I toni della discussione salgono anche perché comincia ad insultarli (“siete sporchi”). Chiama con il cellulare il macchinista e il treno si ferma in mezzo alla campagna. Ad alta voce annuncia agli altri viaggiatori che il treno non ripartirà finchè i tre non saranno scesi. Intervengo e le dico che non può farli scendere sotto la pioggia e in mezzo alla campagna. “Che scenda solo l’uomo” mi dice. Chiedo quanto devono pagare e pago (non molto in verità). Il treno riparte. Non soddisfatta, continua ad insultare la coppia. Le dico che non le fa onore né come donna né come dipendente delle ferrovie. “Allora sa cosa le dico? Faccia conto che mi sono tolta la divisa, per me questa gente non esiste, mi fa schifo”. L’aspetto più triste è stato il silenzio assordante degli altri viaggiatori.
Provate a riaddormentarvi ora. Oppure pensate alle dimissioni di Scajola.

Enzo Castaldi

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Le cartoline ricordo del Primo Maggio

Posted by BubbleGun su maggio 1, 2010

Nel 1889 la Seconda Internazionale stabilì che il Primo Maggio fosse la giornata internazionale dei lavoratori. Questa data è conosciuta nella maggior parte dei paesi del mondo, ma ovviamente non negli Stati Uniti, dove ebbe la sua origine storica. Nel 1884 la Federation of Organized Trades and Lobor Unions costruì il movimento per la giornata lavorativa da 8 ore, culminato più tardi nello sciopero nazionale del 1 Maggio 1886. I lavoratori scesero in piazza in quasi tutte le maggiori città americane, paralizzando industrie, ferrovie, mattatoi e di conseguenza paralizzando tutta la macchina capitalistica del paese. Era uno sgarro che i padroni non potevano accettare. La repressione fu tremenda: il 3 Maggio la polizia sparò sulla folla di scioperanti uccidendo 4 operai e ferendone moltissimi. La sera successiva a Chicago la polizia aprì il fuoco come reazione ad una bomba artigianale esplosa qualche ora prima, uccidendo diversi lavoratori e ferendone a centinaia.
Oggi il significato del primo Maggio è più che mai di tipo commerciale. E’ un Primo Maggio plagiato anch’esso dalla logica del mercato che umilia gli esseri umani e devasta la natura, è un primo Maggio ridotto a merce di scambio, buono per incrementare le vendite e sfruttare migliaia di lavoratori in nero sottopagati e costretti a prestare servizio nel giorno a loro dedicato. Già perché logica vuole che un centro commerciale sia pronto ad accogliere la masse popolari bramose di spendere i loro risparmi per far girare l’economia in crisi. Mica fessi, loro. Tra qualche tempo arriveranno a produrre le cartoline ricordo del Primo maggio, con sotto scritto: “aperto tutti i giorni dell’anno”, consegnati dalle gracili mani dei commessi ormai rinsecchiti dallo sfruttamento e costretti a sorridere costantemente, tant’è che ormai sorridono vita natural durante. Del resto come il governo Berlusconi vuole, sorridenti, felici, capaci di amare. E snelli, perché la flessibilità vuole persone attive e pronte a divincolarsi e schizzare ad ogni input dato dal mercato. Per non parlare poi del Concerto farsa che si tiene a Roma. Sono anni almeno che ha perso di reale significato, un concerto dettato dall’immobilismo sociale che assume solo il senso di un luogo da invadere per dar lavoro agli spazzini e portare qualche pluripremiato artista a vendere qualche copia in più. Vedi Vasco Rossi lo scorso anno. Di bandiere rosse? Manco a parlarne. Almeno il 70% dei partecipanti al concerto non sa neanche perché è lì. O forse si: la signora Moda ha promesso un provino di partecipazione alla prossima “Isola dei Famosi”.

Enzo Castaldi

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La moderna personalità democratica come malattia (per un’analisi del discorso di Mario Tronti)

Posted by BubbleGun su aprile 10, 2010

Oggettivamente mi par difficile trovare tra gli intellettuali di spicco in auge, uno che possa leggere la realtà politica contemporanea meglio di Mario Tronti. Altrettanto oggettivamente mi sovviene impossibile trovare qualcuno più adatto del filosofo, nell’opera di decantare le gesta di un eroe del novecento quale Pietro Ingrao, nel giorno del suo novantacinquesimo compleanno, guarda caso con un discorso che più politico non si può. Tronti è in forma come non mai, e ci tiene a dimostrarlo, ci tiene a dimostrarlo alla platea che l’ascolta, e si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Qualcuno sarà uscito dalla sala felice, qualche altro con il volto scuro, qualche altro ancora con la voglia di contestare l’incontestabile.
Nel discorso di Tronti, trova ampio spazio il rapporto tra politica ed individuo, tra politica ed apparati di potere, come suo solito egli tende a sopraelevare il discorso conducendolo all’estremo, toccando punti metafisici, cosicché il politico spesso si trova a convergere ancora una volta, con la teologia.
Lo si denota appena ci si addentra nell’ascolto: alcuni uomini del novecento vengono catapultati con forza nella politica non da interessi personalistici come spesso accade ai nostri tempi, bensì dalla storia. Questa espressione richiama immancabilmente ad una filosofia dell’esistenza in quanto persona e politica sono dimensioni che si collocano tra esistenza e storia. Il novecento è stato capace di portare, secondo il teorico operaista, alle condizioni del vissuto più alte, ma più basse; tutto questo con una tale forza ed in un processo storico così breve che ha finito col compromettere gli equilibri, facendo sì che il tragico entrasse nel politico. Solo quando la finestra della grande storia si apre dirompente sull’esistenza dei singoli e dei popoli, solo allora l’individuo è portato ad implicarsi con il mondo secondo il principio della responsabilità; solo allora si trascende, e la politica diventa scelta di vita, legata al tragico della storia. Ma qual’è il compito del politico come professione, weberianamente parlando, o meglio, del politico come vocazione? “Ho visto Dio faccia a faccia, eppur la mia vita è rimasta salva” diceva Giacobbe (Genesi 32), ebbene come egli, la politica ha l’immane compito di tenere insieme gli individui nella società, eppure rimanere viva. Le difficoltà sono notevoli, l’individuo moderno ha imparato dalla modernità a voler essere ognuno un mondo a sé, ed allora, come può coincidere lo scontro con l’abbraccio? Come la politica con la società? Come mediare tra il liberismo dei mercati e le relazioni dentro lo Stato? Il novecento ha tirato la corda di questo problema fino a spezzarla, fino ad addentrarsi in uno Stato d’eccezione, eppure, l’ultima volta che lo ha trattato è affare passato. Tronti qui è illuminante: “Se lo stato d’eccezione continuo che è il novecento, ha generato una reazione anti-novecentesca diventata senso comune intellettuale di massa, questa rimozione del passato generata dalla reazione, è alla radice di tutti gli incubi del presente”.
Man mano che il secolo declinava la sua volontà di potenza, lì si è compiuto il passaggio dalla persona alla personalità; i due esperimenti contrapposti di nazionalizzazione delle masse da un lato e socializzazione delle masse dall’altro, hanno generato un figlio unico: la personalità autoritaria di cui ci hanno parlato aggiungerei, con grande enfasi e chiarezza, i francofortisti Adorno, Horkheimer e Marcuse, ebbene, guardando al presente, i due schieramenti opposti costruiti secondo un perfetto modello bipolare entrato ormai nell’immaginario comune dell’italiano, finiscono col produrre quell’effetto comune che è la personalità democratica. Ma non ci si lasci fuorviare, essa è malata allo stesso modo! La linea guida, aggiungerei, della democrazia contemporanea, si basa su frammenti populistico – personalistici, che si incuneano come frammenti di scorie radioattive all’interno degli individui comuni, impedendo loro di pensare, di ragionare. Sicchè il pericolo non è più l’autoritarismo, il pericolo anche maggiore è la semplificazione tecnica della complessità sociale. I marchingegni elettorali sono un esempio di semplificazione tecnica della politica, e ciò che ha generato questo meccanismo, il suo figlio, è la personalizzazione della politica che si pone come derivato malato dell’attuale condizione. In conclusione, si è passati dal culto della persona proprio dei regimi totalitari, alla personalità forte dei politici post seconda guerra mondiale, alla costruzione della politica a sua immagine e somiglianza. E se ciò che la modernità ci porta ad immettere sul palcoscenico della vita quotidiana, come diceva Goffman, è solo una maschera, essa sarà bella a vedersi, ma spesso senza cervello e soprattutto figlia dell’individualismo moderno, metafora forzata della privatizzazione dello spazio pubblico.

Enzo Castaldi

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“Qualcuno è stato comunista(?)”

Posted by BubbleGun su marzo 25, 2010

“I comunisti, quando perdono l’idea della rivoluzione, perdono il senso dell’avventura. E i comunisti, quando perdono il senso dell’avventura, diventano gente noiosa e anche pericolosa”. (Gianni Marchetto, sez. Mirafiori 2-12-1989)


Caro Marchetto, come avevi ragione.

Nei miei anni di vita e militanza non ho mai conosciuto gente più noiosa e vecchia dentro dei comunisti revisionisti prima e dei post comunisti poi. L’illusione è di avere un barlume intellettuale che si accende e capta voti a destra e manca, ma è un’illusione precoce. Quel piccolo barlume diventa man mano figlio del momento, figlio del voto utile e quasi sempre antintellettuale. Quasi sempre quel barlume tende dunque ad affievolire quasi fino a spegnersi, e ciò che poteva essere ascoltato magari anche con interesse perde di significato e diventa già sentito, già scritto, già letto: è il linguaggio della borghesia, quel linguaggio che governa le menti degli individui perché ci è imposto fin dalla nascita, quel linguaggio a cui, per timore di essere fuori o di esser bollato “altro” dalla società, si aderisce incondizionatamente anche se in passato ci si è rallegrati essendo inclini all’ “altro”, ed era anzi, quasi sempre, motivo d’orgoglio. E’un orgoglio calpestato e donato alla paura di perdere, alla paura di essere odiati oppure di non piacersi più, già, se non ti piaci non piaci agli altri, se non spendi migliaia di euro per la campagna elettorale non piaci agli altri e non piaci a te stesso; se non offri cene in campagna elettorale, e poi scompari dopo essere magari stato eletto, non ti piaci. E ora dimmi caro post-comunista, qual differenza passa tra te e “l’imbonitore”? Non sai più immaginare, perché hai paura di essere deriso. Questo è il problema.

Enzo Castaldi

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In risposta alle critiche sul nostro operato

Posted by BubbleGun su marzo 21, 2010

Leggo alcuni commenti sul noto social network facebook in cui ci si rimprovera di essere autoreferenziali e di pensare ad ubriacarci ed a gozzovigliare invece di diffondere il nostro quotidiano “Liberazione” tra i cassintegrati e gli operai. Giusto due parole per rispondere a tale accusa: il Partito della Rifondazione Comunista di Battipaglia e l’associazione “Pensiero Scomodo” intendono aprire la loro sede e spesso ci riescono con notevoli risultati a differenza del recente passato in cui ci veniva ricordato frequentemente di essere un partito di “vecchi” con idee “vecchie e decrepite”, a tutti quei giovani che il Sabato sera non possono permettersi di andare nelle note discoteche locali da vips o presunti tali, a tutti quei giovani che non vogliono andare nelle discoteche locali perché mal sopportano la musica e mal sopportano gli ambienti, e dunque a tutti quei giovani (e ve ne sono tanti credetemi) che non hanno uno spazio a Battipaglia per ascoltare un po’ di musica diversa da ciò che ci offre la radio o la moda del momento grazie soprattutto al vostro amato Vincenzo De Luca che ha teso ed anzi si è imposto sulla chiusura dell’asilo politico si Salerno, a tutti quei giovani che si recano in sezione semplicemente per ritrovarsi e scambiare quattro chiacchiere o fare una partita a ping pong o dipingere sui muri della sezione o venire a leggere qualche riga dei testi che abbiamo in libreria, e pazienza se ogni tanto ci scappa una birra in più. A noi pare che Battipaglia non abbia mai avuto un luogo del genere, e ci teniamo a dichiarare che a differenza dei tanti progetti ascoltati in campagna elettorale e poi mai attuati, noi non ne abbiamo mai parlato anzi abbiamo fatto di più: abbiamo agito. Per la diffusione dei giornali, beh cari amici critici, stiamo aspettando anche voi per cominciare a farlo.

Fraternamente
Giovani Comunisti Battipaglia

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I macellai dell’8 Marzo

Posted by BubbleGun su marzo 8, 2010

Come può l’8 Marzo, nel 2010, avere ancora un significato storico è una cosa che costantemente mi trastulla i pensieri sino a renderli semi-amebi. Cammino per le strade asserragliate di Napoli con notevoli venditori di mimose alle calcagna che chiedono però esclusivamente a donne di comprare i loro mazzettini gialli con fiocco rosso, ricevendo a volte manco un cenno di dissenso; come a dire: “ ma non dovresti regalarmele?”. Il dubbio continua ad insinuarsi imperterrito fino a che mi ritrovo di fronte ad un manifesto emblematico: “ QUESTA SERA STREAP-TEASE INTEGRALE (in noto locale napoletano) DI FRED O’ SALSICCIOTTO!”, ora cosa sia questo salsicciotto lascio ad altri immaginarlo. Io sono vegetariano. Nel frattempo la mia condizione amebosa va via via fluttuando verso altre mete. La festa delle donne, simbolo dell’emancipazione femminile, anni 60 in Italia (ma iniziata prima), l’emblema della donna che lavora ma nel frattempo bada anche ai figli ed alla casa, 1908 e Stati Uniti d’America, 129 operaie di una fabbrica morte perché avevano osato protestare, e discorrendo, ripensando ad un po’ di letteratura femminista, mi imbatto in un altro manifesto del noto macellaio. La sovraesposizione dei corpi trasforma in “contenitori” vuoti, diceva qualcuno; ma oggi più che mai c’è bisogno di esporsi in prima persona come atto eversivo. Ciò che temo è che lo spazio si sia ridimensionato a differenza dei salsicciotti e dei presunti tali mediatici, impedendo di pensare diversamente, trasformando la festa dell’emancipazione in una festa costante alla ricerca del velinismo e del calciatore famoso di turno, commercializzata al punto tale che i macellai finiscono col fare affari d’oro, a discapito della lotta per i diritti.

*Nella foto: immagine di macellai romani uniti nella lotta alle femministe nel famoso corteo a favore della ru486

Enzo Castaldi anti-macellaio

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La magia della matita elettorale

Posted by BubbleGun su febbraio 28, 2010

Il clima che si crea intorno alle elezioni di qualsiasi genere è sempre molto particolare e coinvolgente. Da piccolo, imprecavo in preda all’invidia, contro mio padre e i miei familiari, perché loro potevano votare ed entrare in quella magica cabina con quella magica matita di cui se ne dicevano di cotte e di crude: essa poteva segnare le sorti di un intero paese! “Cavolo”, pensavo tra me e me, immaginando che in quella cabina si aprisse un mondo fantastico o che magari gli individui potessero sentirsi partecipi di gesta epiche come quelle dei cavalieri o dei condottieri che studiavo a scuola, solo impugnando il potente mezzo. Come poteva una matita segnare le sorti del paese? Quale magia sprigionava? Era forse appartenuta ad un potente mago in passato, sottoforma di bacchetta magica?
Gli anni passarono e venne il giorno in cui anch’io dovetti impugnare quell’oggetto. Ed anche se avevo ormai abbandonato l’idea del mondo fantastico della cabina elettorale, era comunque una grande emozione varcare la soglia del proibito. Votai. Non ci dormii la notte: “Avrò votato bene? Cambierò anch’io dunque ora il mondo con il mio voto? Aspettai trepidante i risultati, il mio partito di riferimento si attestava intorno al 7%, era il 2001. Deluso, pensai che allora non era come sembrava, non potevo cambiare un bel niente con quel misero 7%. Continuavo a vedere sempre le stesse facce in televisione, cambiare schieramenti politici, cambiare alleanze, e il mio partito di riferimento perdeva man mano di consensi, fino ad arrivare al capitombolo del 2008. “Ma cosa c’è che non va in quella matita? Perché solo per me non funziona?”. Ora a dispetto di qualche anno ho finalmente capito cosa spinge quella matita: l’egoismo. Altro che magia, altro che potenti maghi, è l’egoismo che porta al consenso verso il candidato soprattutto nelle realtà locali e regionali. Ecco perché vedo manifesti elettorali di consiglieri comunali muti da 700 voti (questa è magia, cavolo!) cambiare schieramenti come si cambia l’abito la mattina, e continuare a raccogliere magari gli stessi consensi forse proprio grazie al “sordomutismo”. O di altri consiglieri provinciali che parlano di “voltare la pagina” di un libro che è ormai decrepito e cade in frantumi, o di sceriffi leghisti travestiti da “sinistra” ed appoggiati da personaggi che si ritengono di sinistra e non hanno le palle di dire NO, vittime anche loro di quella forma di “sordomutismo” che si chiama “male minore e bipolarismo”. Di fronte a questi personaggi io l’abito continuerò a non cambiarlo, fiero ed orgoglioso, e voterò Paolo Ferrero e la Federazione della sinistra alle regionali. Sperando che la matita riprenda magari a distribuire flusso magico, come quando ero bambino.

Godo nella pazzia, ma nella normalità impazzisco.

Enzo Castaldi

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