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Archive for luglio 2010

Paura ed attesa: la società del minimo

Posted by BubbleGun su luglio 26, 2010

Osservando la società: questo amalgama di persone individualiste in continuo movimento dettato dalla frenesia del fare, ci si accorge che in realtà questa è un corpo sociale che va al minimo, affetto da stanchezza cronica o da invecchiamento precoce. Le cause di ciò, sono sotto gli occhi di tutti: come è normalità scendere ogni mattina per andare a lavoro – per chi ancora se lo può permettere – , ecco, la paura è diventata a sua volta “normale”. Essa è una delle cause della società al minimo, di società che ha paura, che è spaventata. E la paura, è un meccanismo di difesa che si attiva con la percezione di un rischio. Essa è difensiva in quanto mette in moto un sensore che pone in guardia, che dispone a difendersi; ma se si attiva su un organismo che non può reagire, la paura fa paura. Da qui la tendenza alla costruzione di società immobili e passive da parte dei regimi fondati sulla teologia prima, monarchici poi, totalitari ed autoritari del XX secolo. Vivere costantemente nella paura significa ridurre creatività ed iniziativa: un impiegato impaurito eseguirà perfettamente ciò che gli è stato chiesto, e, se gli venisse in mente di stravolgere con un’idea innovativa il suo quotidiano lavoro, non la applicherà mai in quanto ciò metterebbe in crisi la sua posizione. Da ciò deriva il passivismo e minimalismo nei luoghi di lavoro, non fare nulla che non sia richiesto in quanto potrebbe essere pericoloso alla funzione del lavoro già di per sé in pericolo. Ecco un’altra richiesta di passivismo ed è paradossale come nella società del lavoro flessibile, ciò sia più visibile che nelle grandi società dal lavoro “meccanicizzato”, caratterizzate però da legame sociale e cooperativo tra i lavoratori. Come un corpo sociale che fa cose ordinarie e non si pone nemmeno il problema delle innovazioni e delle trasformazioni, per evitare rischi si preoccupa del peggio, non dello straordinario.
Oltre al tema della paura, ciò che ci riconduce al tema della società del minimo è l’attesa. Un’attesa che inevitabilmente si riconduce al quotidiano: attendere risposte ad un sms, attendere i saldi per comprare a prezzi stracciati ecc. ecc. E’ ancora una volta paradossale notare come nella società dell’attesa, si tenda ad eliminare il futuro. Poiché si vive nell’incertezza del domani, non si riesce ad immaginarsi proiettati oltre il presente, ed allora qual rimedio migliore che eliminare ciò che verrà? In quest’ottica il futuro è presentizzato: è nelle merci, è nel desiderio di ottenere immediatamente ciò che ti piace, è vivere come se il mondo terminasse tra un attimo. Ciò ha terribili ripercussioni sul presente però: non si fanno più progetti, si tagliano i fondi alla ricerca e alla cultura per salvaguardare l’immediato e tutto si riduce ad un film già visto, un’operatività stanca e regolare ma che è in debito d’ossigeno.
In una società al minimo, se qualcosa si muove è per il superfluo o per l’inutile: mentre l’economia mondiale boccheggia, si discute della modifica della Costituzione. E’come se ad un paziente in fin di vita, si chiedesse l’intervento di un dentista per curare il morale cariato. Nella società al minimo anche la morale religiosa è al minimo: forse a questa società serve un Cristo minore, meno rivoluzionario, un Cristo al minimo. Forse anche le società hanno bisogno di governi del minimo ed è per questo che si scelgono i più disastrosi e pessimi uomini-guida. Forse è proprio la condizione dell’uomo che è al minimo. Lo si nota nella reazione alla paura: essa può produrre 2 modi di agire, violenza e fuga. E’evidente come nella società al minimo trionfi la fuga, una fuga che non è motoria ma psicologica. Una fuga che tende ad immobilizzare: si diventa passivi e non si percepiscono più le cose utili, ci si chiude in se stessi e non si ha più la volontà né di lottare, né di ribellarsi contro l’ingiustizia. Allora si finisce con l’accettare ciò che garantisce meno cambiamento, in quanto il cambiamento è paura, e la società del minimo non vuole cambiamento.


Approfondimento ad un articolo di V. Andreolli

Enzo Castaldi

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