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Archive for the ‘Storia’ Category

Paura ed attesa: la società del minimo

Posted by BubbleGun su luglio 26, 2010

Osservando la società: questo amalgama di persone individualiste in continuo movimento dettato dalla frenesia del fare, ci si accorge che in realtà questa è un corpo sociale che va al minimo, affetto da stanchezza cronica o da invecchiamento precoce. Le cause di ciò, sono sotto gli occhi di tutti: come è normalità scendere ogni mattina per andare a lavoro – per chi ancora se lo può permettere – , ecco, la paura è diventata a sua volta “normale”. Essa è una delle cause della società al minimo, di società che ha paura, che è spaventata. E la paura, è un meccanismo di difesa che si attiva con la percezione di un rischio. Essa è difensiva in quanto mette in moto un sensore che pone in guardia, che dispone a difendersi; ma se si attiva su un organismo che non può reagire, la paura fa paura. Da qui la tendenza alla costruzione di società immobili e passive da parte dei regimi fondati sulla teologia prima, monarchici poi, totalitari ed autoritari del XX secolo. Vivere costantemente nella paura significa ridurre creatività ed iniziativa: un impiegato impaurito eseguirà perfettamente ciò che gli è stato chiesto, e, se gli venisse in mente di stravolgere con un’idea innovativa il suo quotidiano lavoro, non la applicherà mai in quanto ciò metterebbe in crisi la sua posizione. Da ciò deriva il passivismo e minimalismo nei luoghi di lavoro, non fare nulla che non sia richiesto in quanto potrebbe essere pericoloso alla funzione del lavoro già di per sé in pericolo. Ecco un’altra richiesta di passivismo ed è paradossale come nella società del lavoro flessibile, ciò sia più visibile che nelle grandi società dal lavoro “meccanicizzato”, caratterizzate però da legame sociale e cooperativo tra i lavoratori. Come un corpo sociale che fa cose ordinarie e non si pone nemmeno il problema delle innovazioni e delle trasformazioni, per evitare rischi si preoccupa del peggio, non dello straordinario.
Oltre al tema della paura, ciò che ci riconduce al tema della società del minimo è l’attesa. Un’attesa che inevitabilmente si riconduce al quotidiano: attendere risposte ad un sms, attendere i saldi per comprare a prezzi stracciati ecc. ecc. E’ ancora una volta paradossale notare come nella società dell’attesa, si tenda ad eliminare il futuro. Poiché si vive nell’incertezza del domani, non si riesce ad immaginarsi proiettati oltre il presente, ed allora qual rimedio migliore che eliminare ciò che verrà? In quest’ottica il futuro è presentizzato: è nelle merci, è nel desiderio di ottenere immediatamente ciò che ti piace, è vivere come se il mondo terminasse tra un attimo. Ciò ha terribili ripercussioni sul presente però: non si fanno più progetti, si tagliano i fondi alla ricerca e alla cultura per salvaguardare l’immediato e tutto si riduce ad un film già visto, un’operatività stanca e regolare ma che è in debito d’ossigeno.
In una società al minimo, se qualcosa si muove è per il superfluo o per l’inutile: mentre l’economia mondiale boccheggia, si discute della modifica della Costituzione. E’come se ad un paziente in fin di vita, si chiedesse l’intervento di un dentista per curare il morale cariato. Nella società al minimo anche la morale religiosa è al minimo: forse a questa società serve un Cristo minore, meno rivoluzionario, un Cristo al minimo. Forse anche le società hanno bisogno di governi del minimo ed è per questo che si scelgono i più disastrosi e pessimi uomini-guida. Forse è proprio la condizione dell’uomo che è al minimo. Lo si nota nella reazione alla paura: essa può produrre 2 modi di agire, violenza e fuga. E’evidente come nella società al minimo trionfi la fuga, una fuga che non è motoria ma psicologica. Una fuga che tende ad immobilizzare: si diventa passivi e non si percepiscono più le cose utili, ci si chiude in se stessi e non si ha più la volontà né di lottare, né di ribellarsi contro l’ingiustizia. Allora si finisce con l’accettare ciò che garantisce meno cambiamento, in quanto il cambiamento è paura, e la società del minimo non vuole cambiamento.


Approfondimento ad un articolo di V. Andreolli

Enzo Castaldi

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La “metabolizzazione” della negatività

Posted by BubbleGun su maggio 16, 2010

Negli ultimi anni sempre più di frequente assistiamo a processi di normalizzazione del negativo. Accade con i fenomeni di guerra repressiva mascherata da guerra santa secondo un’antica tradizione “messianica”, ed accade per gli episodi di vita quotidiana che contraddistinguono gli individui e a cui il più delle volte ci si dovrebbe rivoltare. Se l’industria della morte è diventata sempre più fiorente e redditizia, tanto da emettere continue sentenze di morte verso persone non responsabili di alcun illecito sia penale che morale (basti pensare alle migliaia di vittime di guerra “messianica”), l’industria della metabolizzazione e della banalizzazione dei fenomeni negativi viaggia di certo di pari passo. La sensibilità nei confronti sia delle tragedie belliche, che di quelle che contraddistinguono i fatti in cui ci imbattiamo quotidianamente, risulta terribilmente lenita dall’imbarbarimento sempre più costante del sentimento individualistico. Questa naturale propensione si trasforma costantemente in un senso depressivo che ci porta ad ignorare ciò che non riguarda l’incolumità individuale, ciò che non ci è vicino, o sentito totalmente come altro da noi. Si finisce dunque inesorabilmente con l’ignorare o disprezzare l’altro in difficoltà, perché non percepito “vicino”. Se la banalizzazione della guerra è contraddistinta dai fenomeni psicologici di lontananza effettiva, ciò non si può dire dei fenomeni negativi che contraddistinguono la vita di paese. Appare palese il disarmo collettivo nei confronti sia della politica che della vita civile e il conseguente imbarbarimento della società cui le destre berlusconiane e razziste della Lega, hanno condotto. Di fronte a tali processi distruttivi, il popolo metabolizza e non è più capace di dire no. Come fenomeni in cui si è sempre vissuto, il negativo si è metabolizzato diventando parte del popolo succube delle destre autoritarie. Ma se la metabolizzazione di processi negativi rende il corpo più resistente all’esterno, qui lo impigrisce e chiude in se stesso la capacità di rivolta: se un fenomeno politico degradante moralmente riesce a passare come banale, è lì che bisogna preoccuparsi, è lì che bisogna riacquistare la forza di essere contrari e rigenerare i conflitti sociali indispensabili per la rinascita delle società.

Enzo Castaldi

(per chiarimenti o critiche, scrivetemi pure o in privato o in commento)

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Le cartoline ricordo del Primo Maggio

Posted by BubbleGun su maggio 1, 2010

Nel 1889 la Seconda Internazionale stabilì che il Primo Maggio fosse la giornata internazionale dei lavoratori. Questa data è conosciuta nella maggior parte dei paesi del mondo, ma ovviamente non negli Stati Uniti, dove ebbe la sua origine storica. Nel 1884 la Federation of Organized Trades and Lobor Unions costruì il movimento per la giornata lavorativa da 8 ore, culminato più tardi nello sciopero nazionale del 1 Maggio 1886. I lavoratori scesero in piazza in quasi tutte le maggiori città americane, paralizzando industrie, ferrovie, mattatoi e di conseguenza paralizzando tutta la macchina capitalistica del paese. Era uno sgarro che i padroni non potevano accettare. La repressione fu tremenda: il 3 Maggio la polizia sparò sulla folla di scioperanti uccidendo 4 operai e ferendone moltissimi. La sera successiva a Chicago la polizia aprì il fuoco come reazione ad una bomba artigianale esplosa qualche ora prima, uccidendo diversi lavoratori e ferendone a centinaia.
Oggi il significato del primo Maggio è più che mai di tipo commerciale. E’ un Primo Maggio plagiato anch’esso dalla logica del mercato che umilia gli esseri umani e devasta la natura, è un primo Maggio ridotto a merce di scambio, buono per incrementare le vendite e sfruttare migliaia di lavoratori in nero sottopagati e costretti a prestare servizio nel giorno a loro dedicato. Già perché logica vuole che un centro commerciale sia pronto ad accogliere la masse popolari bramose di spendere i loro risparmi per far girare l’economia in crisi. Mica fessi, loro. Tra qualche tempo arriveranno a produrre le cartoline ricordo del Primo maggio, con sotto scritto: “aperto tutti i giorni dell’anno”, consegnati dalle gracili mani dei commessi ormai rinsecchiti dallo sfruttamento e costretti a sorridere costantemente, tant’è che ormai sorridono vita natural durante. Del resto come il governo Berlusconi vuole, sorridenti, felici, capaci di amare. E snelli, perché la flessibilità vuole persone attive e pronte a divincolarsi e schizzare ad ogni input dato dal mercato. Per non parlare poi del Concerto farsa che si tiene a Roma. Sono anni almeno che ha perso di reale significato, un concerto dettato dall’immobilismo sociale che assume solo il senso di un luogo da invadere per dar lavoro agli spazzini e portare qualche pluripremiato artista a vendere qualche copia in più. Vedi Vasco Rossi lo scorso anno. Di bandiere rosse? Manco a parlarne. Almeno il 70% dei partecipanti al concerto non sa neanche perché è lì. O forse si: la signora Moda ha promesso un provino di partecipazione alla prossima “Isola dei Famosi”.

Enzo Castaldi

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La moderna personalità democratica come malattia (per un’analisi del discorso di Mario Tronti)

Posted by BubbleGun su aprile 10, 2010

Oggettivamente mi par difficile trovare tra gli intellettuali di spicco in auge, uno che possa leggere la realtà politica contemporanea meglio di Mario Tronti. Altrettanto oggettivamente mi sovviene impossibile trovare qualcuno più adatto del filosofo, nell’opera di decantare le gesta di un eroe del novecento quale Pietro Ingrao, nel giorno del suo novantacinquesimo compleanno, guarda caso con un discorso che più politico non si può. Tronti è in forma come non mai, e ci tiene a dimostrarlo, ci tiene a dimostrarlo alla platea che l’ascolta, e si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Qualcuno sarà uscito dalla sala felice, qualche altro con il volto scuro, qualche altro ancora con la voglia di contestare l’incontestabile.
Nel discorso di Tronti, trova ampio spazio il rapporto tra politica ed individuo, tra politica ed apparati di potere, come suo solito egli tende a sopraelevare il discorso conducendolo all’estremo, toccando punti metafisici, cosicché il politico spesso si trova a convergere ancora una volta, con la teologia.
Lo si denota appena ci si addentra nell’ascolto: alcuni uomini del novecento vengono catapultati con forza nella politica non da interessi personalistici come spesso accade ai nostri tempi, bensì dalla storia. Questa espressione richiama immancabilmente ad una filosofia dell’esistenza in quanto persona e politica sono dimensioni che si collocano tra esistenza e storia. Il novecento è stato capace di portare, secondo il teorico operaista, alle condizioni del vissuto più alte, ma più basse; tutto questo con una tale forza ed in un processo storico così breve che ha finito col compromettere gli equilibri, facendo sì che il tragico entrasse nel politico. Solo quando la finestra della grande storia si apre dirompente sull’esistenza dei singoli e dei popoli, solo allora l’individuo è portato ad implicarsi con il mondo secondo il principio della responsabilità; solo allora si trascende, e la politica diventa scelta di vita, legata al tragico della storia. Ma qual’è il compito del politico come professione, weberianamente parlando, o meglio, del politico come vocazione? “Ho visto Dio faccia a faccia, eppur la mia vita è rimasta salva” diceva Giacobbe (Genesi 32), ebbene come egli, la politica ha l’immane compito di tenere insieme gli individui nella società, eppure rimanere viva. Le difficoltà sono notevoli, l’individuo moderno ha imparato dalla modernità a voler essere ognuno un mondo a sé, ed allora, come può coincidere lo scontro con l’abbraccio? Come la politica con la società? Come mediare tra il liberismo dei mercati e le relazioni dentro lo Stato? Il novecento ha tirato la corda di questo problema fino a spezzarla, fino ad addentrarsi in uno Stato d’eccezione, eppure, l’ultima volta che lo ha trattato è affare passato. Tronti qui è illuminante: “Se lo stato d’eccezione continuo che è il novecento, ha generato una reazione anti-novecentesca diventata senso comune intellettuale di massa, questa rimozione del passato generata dalla reazione, è alla radice di tutti gli incubi del presente”.
Man mano che il secolo declinava la sua volontà di potenza, lì si è compiuto il passaggio dalla persona alla personalità; i due esperimenti contrapposti di nazionalizzazione delle masse da un lato e socializzazione delle masse dall’altro, hanno generato un figlio unico: la personalità autoritaria di cui ci hanno parlato aggiungerei, con grande enfasi e chiarezza, i francofortisti Adorno, Horkheimer e Marcuse, ebbene, guardando al presente, i due schieramenti opposti costruiti secondo un perfetto modello bipolare entrato ormai nell’immaginario comune dell’italiano, finiscono col produrre quell’effetto comune che è la personalità democratica. Ma non ci si lasci fuorviare, essa è malata allo stesso modo! La linea guida, aggiungerei, della democrazia contemporanea, si basa su frammenti populistico – personalistici, che si incuneano come frammenti di scorie radioattive all’interno degli individui comuni, impedendo loro di pensare, di ragionare. Sicchè il pericolo non è più l’autoritarismo, il pericolo anche maggiore è la semplificazione tecnica della complessità sociale. I marchingegni elettorali sono un esempio di semplificazione tecnica della politica, e ciò che ha generato questo meccanismo, il suo figlio, è la personalizzazione della politica che si pone come derivato malato dell’attuale condizione. In conclusione, si è passati dal culto della persona proprio dei regimi totalitari, alla personalità forte dei politici post seconda guerra mondiale, alla costruzione della politica a sua immagine e somiglianza. E se ciò che la modernità ci porta ad immettere sul palcoscenico della vita quotidiana, come diceva Goffman, è solo una maschera, essa sarà bella a vedersi, ma spesso senza cervello e soprattutto figlia dell’individualismo moderno, metafora forzata della privatizzazione dello spazio pubblico.

Enzo Castaldi

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La magia della matita elettorale

Posted by BubbleGun su febbraio 28, 2010

Il clima che si crea intorno alle elezioni di qualsiasi genere è sempre molto particolare e coinvolgente. Da piccolo, imprecavo in preda all’invidia, contro mio padre e i miei familiari, perché loro potevano votare ed entrare in quella magica cabina con quella magica matita di cui se ne dicevano di cotte e di crude: essa poteva segnare le sorti di un intero paese! “Cavolo”, pensavo tra me e me, immaginando che in quella cabina si aprisse un mondo fantastico o che magari gli individui potessero sentirsi partecipi di gesta epiche come quelle dei cavalieri o dei condottieri che studiavo a scuola, solo impugnando il potente mezzo. Come poteva una matita segnare le sorti del paese? Quale magia sprigionava? Era forse appartenuta ad un potente mago in passato, sottoforma di bacchetta magica?
Gli anni passarono e venne il giorno in cui anch’io dovetti impugnare quell’oggetto. Ed anche se avevo ormai abbandonato l’idea del mondo fantastico della cabina elettorale, era comunque una grande emozione varcare la soglia del proibito. Votai. Non ci dormii la notte: “Avrò votato bene? Cambierò anch’io dunque ora il mondo con il mio voto? Aspettai trepidante i risultati, il mio partito di riferimento si attestava intorno al 7%, era il 2001. Deluso, pensai che allora non era come sembrava, non potevo cambiare un bel niente con quel misero 7%. Continuavo a vedere sempre le stesse facce in televisione, cambiare schieramenti politici, cambiare alleanze, e il mio partito di riferimento perdeva man mano di consensi, fino ad arrivare al capitombolo del 2008. “Ma cosa c’è che non va in quella matita? Perché solo per me non funziona?”. Ora a dispetto di qualche anno ho finalmente capito cosa spinge quella matita: l’egoismo. Altro che magia, altro che potenti maghi, è l’egoismo che porta al consenso verso il candidato soprattutto nelle realtà locali e regionali. Ecco perché vedo manifesti elettorali di consiglieri comunali muti da 700 voti (questa è magia, cavolo!) cambiare schieramenti come si cambia l’abito la mattina, e continuare a raccogliere magari gli stessi consensi forse proprio grazie al “sordomutismo”. O di altri consiglieri provinciali che parlano di “voltare la pagina” di un libro che è ormai decrepito e cade in frantumi, o di sceriffi leghisti travestiti da “sinistra” ed appoggiati da personaggi che si ritengono di sinistra e non hanno le palle di dire NO, vittime anche loro di quella forma di “sordomutismo” che si chiama “male minore e bipolarismo”. Di fronte a questi personaggi io l’abito continuerò a non cambiarlo, fiero ed orgoglioso, e voterò Paolo Ferrero e la Federazione della sinistra alle regionali. Sperando che la matita riprenda magari a distribuire flusso magico, come quando ero bambino.

Godo nella pazzia, ma nella normalità impazzisco.

Enzo Castaldi

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“Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente”

Posted by BubbleGun su febbraio 18, 2010

Personalmente, con l’avvento del decoder ho fatto una scelta radicale ma che mi frullava nella testa già da molto tempo (e in effetti le mie dosi quotidiane erano di molto diminuite col passare del tempo): abolire completamente la tv. Cosicché, a parte qualche raro cartone animato satirico, uso la tv solo ed esclusivamente per guardare qualche dvd rigorosamente d’epoca (ultimamente la mia passione per i film di Sergio Leone è riemersa come un fiume in piena), oppure come sostegno, essendo costipata da luce grigia ed opaca, piena di strisce orizzontali e un po’ frastagliate e che la rendono bella e divertente anche se a qualsiasi canale è sempre la stessa storia; quando il neon della lampada mi acceca nelle mie letture serali. Ma questo non vuol dire che non mi tenga aggiornato: internet ed almeno un quotidiano al giorno, anche se tra un po’ forse smetterò di comprarne in quanto i miei preferiti cesseranno di esistere. Per puro caso ieri, passando per il soggiorno, noto una strana luce blu che mi acceca provenire dalla cucina, e dei lamenti sempre provenienti dallo stesso luogo. Mi avvicino con fare insolito e dubbioso, cosa vedo? Mia madre che guarda alla tv il festival della canzone italiana: “Sanremo”; penso tra me e me: “ Ma Berlusconi non l’aveva abolito? Non c’aveva mandato Bertolaso per ricostruire i maroni di Pippo Baudo, anche se poi si è fregato i sostegni e il ferro del cemento armato?”, evidentemente no. L’ultima volta che mi ricordo di aver visto Sanremo, i miei ormoni da adolescente rockettaro saltellavano su e giù dalla testa ai piedi in un nanosecondo, alla vista di un omino vestito in pelle e un po’ effemminato che cantava una canzone divinizzante una droga ma anche una marca di cereali, e spaccare una chitarra sull’amplificatore: era Brian Molko cantante dei Placebo. Per me poteva bastare, non l’avrei più rivisto: era il 2001. Qualche anno fa sul Corriere della Sera lessi: “ il Festival di Sanremo non è una rassegna musicale, bensì un galà, una sorta di pratica divinatoria coatta per leggere la società. Uno specchio fedele dell’Italia di oggi”; bene, il 2001 era l’anno di Genova, del G8 e del movimento studentesco. Il 2010 è l’anno dei tagli alla cultura, all’informazione, alla scuola, è l’anno della cassa integrazione e di Vincenzo De Luca candidato di “sinistra” nella mia regione, (fortunatamente c’è ora Paolo Ferrero, così eviterò di non andare a votare) e chi mi presenta in risposta il festival? Pupo ed Emanuele Filiberto che cantano “Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente”…. e la mia stupida mente da vecchio e fuori moda ripensa alle parole di Luigi Tenco nel 1967: “ Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato cinque anni della mia vita inutilmente. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda – io, tu e le rose – in finale.. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao, Luigi”. Tenco si toglie la vita, Sanremo uccide uno dei più grandi cantautori italiani e da allora regna quasi imperterrito l’imbarazzo.

Enzo Castaldi

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A Natale siete tutti più buoni?

Posted by BubbleGun su dicembre 24, 2009

Da Pensiero Scomodo di Dicembre (Editoriale)

Com’era quella favola che spesso ci ripetevano in passato? Ah si: “A Natale siamo tutti più buoni”, beh mai come stavolta suona oltremodo bene. Probabilmente si sentiranno più buoni i soliti comunisti dopo la maestosa manifestazione del 5 Dicembre in quel di Roma, a cui noi tutti (Associazione e Rifondazione Comunista “A.Gramsci” di Battipaglia) abbiamo preso parte. Confesso le mie iniziali perplessità su un evento che ha avuto nel nostro Premier l’unico bersaglio (benché lecito); perché focalizzare ancor di più l’attenzione su di lui, perché renderlo ancor più vittima? Perché aggregarci ai dipietristi finti sinistroidi? C’erano e ci sono ahimè problemi ben più gravi, di cui tuttavia non intendo parlare in questa sede, ma ammetto che i miei dubbi si sono completamente placati alla vista di quel rosso che malgrado i tempi che corrono, continua ad infiammarmi. Mi è servito, mi ha reso consapevole che forse, la voglia di riemergere e di farci vedere è ancora ben viva in noi, ed ho capito che il senso della manifestazione per noi comunisti, è stato in primis combattere la campagna di demonizzazione e oscurantismo di cui siamo vittime! Quindi un augurio speciale e laico a voi Compagni e Compagne, rara è la vostra capacità di rigenerazione, degna in modo tale da lasciar sbigottiti. Probabilmente si sentirà più buono il nostro Premier, pronto anzi prontissimo a recarsi in carcere per perdonare il suo aggressore, quel tal Tartaglia, come il suo maestro Papa Giovanni Paolo II fece con Ali Agca tempo addietro. Probabilmente si sentirà più buono lo stesso Tartaglia, ma non Di Pietro, il quale stanco del suo primato di cerebroleso ha tentato di far spaccare la testa all’uomo più vicino a lui mentalmente, peccato che il killer selezionato abbia sbagliato mira. Probabilmente si sentiranno più buoni gli insegnanti, gli alunni e i genitori degli alunni della Scuola “Fiorentino” di Battipaglia dopo l’incontro con il novello Sindaco battipagliese ed il suo fido scudiero Sancio Panza. Probabilmente si sentirà più buono lo stesso Sindaco di Battipaglia, anzi più caldo, riparato dai nuovi assessori usati come coperta termica e riscaldato dalla legna ricavata dal taglio dei pini di Piazza Aldo Moro e del “Centro Sociale”. Auguri!

Enzo Castaldi

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Italiatruffa ’09

Posted by BubbleGun su novembre 6, 2009

Passata l’epoca della moda delle risorse pubbliche, è ormai palese che viviamo nell’epoca del privato. Tuttavia, malgrado le continue decantazioni della flessibilità, delle privatizzazioni, l’unica cosa che da privata diventa pubblica è la vita personale. Cosicchè dalle vite deprivatizzate del Premier e del Presidente della Regione Lazio, ( a proposito non che Marrazzo mi sia particolarmente simpatico, ma, qualcuno potrebbe spiegarmi perché chi và con i trans deve dimettersi e chi va con le prostitute no? Mi pare ci sia una sorta di disparità di trattamento, e che non si provino a trascendentalizzare le virtù fisiche del maschio italiano..) si è passati alla privatizzazione completa di ciò che è considerato “Altro” come l’immigrato sfruttato e sottopagato e poi mandato via a calci nel sedere, ed ancora, il privato comprende ormai anche ciò che dovrebbe essere di proprietà comune: l’acqua. Con il decreto Ronchi tramutato in legge qualche giorno fa, le società private sono lì pronte ad insediarsi negli acquedotti comunali, facendo diventare un business anche uno dei diritti essenziali della vita, il frutto di tutto ciò sarà come sempre una sana e genuina competizione e siamo pronti a scommettere su chi pagherà le conseguenze.

 

Enzo Castaldi

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L’Autunno caldo

Posted by BubbleGun su ottobre 19, 2009

Dalla rubrica “Soggiocando” su Pensiero Scomodo

 

2jflkeoRieccoci. Come ogni anno, le aspettative infinite per l’Ottobre che viene ci rosicano le membra, stanchi ed avviliti dalle fantasticherie che abbiamo immaginato in estate, noi, povero popolo di sinistra. “Un nuovo autunno caldo! “..”Stavolta non la passa liscia, ha finito di fare i suoi porci comodi”, sentivamo vociferare qualche mese fa sotto gli ombrelloni(per chi se lo poteva permettere), bene, sinceramente a parte le tante, ennesime manifestazioni romane, decantate e poi risolte come sempre in un nulla di fatto, mancando di proseguio, vedo intorno a noi solo sconcerto e mancanza di mezzi. Non mi si fraintenda, ben vengano le iniziative di protesta, ma se hanno il solo intento di far colpo sull’opinione pubblica, se lo scordino, opinione pubblica non esiste in Italia, o è monopolizzata e strumentalizzata dai mezzi di comunicazione di massa e dalle figure obsolete che ci logorano instantaneamente le idee, o è preda di messaggi della finta sinistra populista, e di rassegnazione anti-cultura ed anti rimedi, come il buon Di Pietro e i suoi seguaci (i Grillo e i Travaglio) ci insegnano. In questo clima, ciò che cresce è l’instabilità dell’individuo che non colpisce solo il piano occupazionale, ma, ahimè anche quello relazionale. Le immagini che in maniera forzata entrano ogni giorno nella nostra testa, ci spingono a mitizzare e a desiderare i comportamenti edonistici, narcisistici, velinistici, che i decantati personaggi pubblici ci impongono, modificando televisivamente l’agire quotidiano. Schiavi, è questo che si diventa, schiavi dell’individualismo forzato e della ricerca del la moda di turno. Ma tutto ciò alla fine si scaglia inevitabilmente contro di noi: contro il lavoratore che non è più protetto dalla forza dei sindacati ormai minata; contro l’individuo solo, che finisce con l’odiare chi è più solo di lui come l’immigrato. L’Autunno caldo, è un lontano ricordo, ingabbiato nelle vecchie televisioni ora sostituite da quelle ultramoderne con tanto di decoder, schermo al plasma (che è quello succhiato ai lavoratori), e bambola gonfiabile con la faccia di Rosi Bindi che urla: “ Sono intelligente oltre che bella!”, non che ne dubitassimo.

 

Enzo Castaldi

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Perdonate..

Posted by BubbleGun su settembre 4, 2009

Di nuovo la mia prolungata ed augustea (go) mancanza di pensiero. L’elaborazione è viva e vegeta ed in riassestamento, così come i conti in tasca. Un saluto affettuoso ai lettori e curiosi di Pensiero Scomodo, ritardiamo l’uscita di 15 giorni causa mercatino del libro usato (anzi veniteci a trovare) purtroppo però non ci sono nè escort nè ragazze che mostrano il sedere ballando finchè la barca va, solo talune/i che credono di offrire un’opportunità in più ad una popolazione che magari neanche la merita. Beata testardaggine.

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